lunedì 26 luglio 2010
martedì 20 luglio 2010

Come mi sarebbe piaciuto iniziare a scrivere questa ultima lettera di commiato con: Grazie, Campioni d’Italia!. Lo feci nel 2000, nel 2001 e nel 2003 con Varese e molti di quei ragazzi che allenavo, ieri, erano davanti ad internet a vedere il loro vecchio allenatore lottare per qualcosa d’importante. Solo quelli che arrivano fino in fondo a manifestazioni del genere, sanno cosa significa fare sacrifici e lottare con tutte le proprie forze per il raggiungimento di un obiettivo importante.
In queste ultime settimane vi siete allenati duramente, cercando di dare tutto per raccogliere i migliori frutti possibili, ma la cosa, posso dirlo con la serenità e con la competenza che con presunzione penso di possedere, è durata tutta la stagione, e per chi c’era dall’inizio, è durata tutti i sei anni di percorso insieme.
Siamo partiti ad Under 14 in pochi: Gibe, Roby, Plane, Alberto, Raffa, Carlo, Paolo e qualche altro e poi ogni anno abbiamo trovato durante il percorso, persone speciali a cui il nostro modo di fare piaceva, riconoscendolo oltre che valido e motivante anche vincente. Prima Mattia, poi Klod, Simo e Tommy, poi ancora Loris, Cance e Teo ed infine Faggio e Seba, con anche tutti quelli che oggi per diversi motivi non sono qui a festeggiare, ma ugualmente hanno contribuito fattivamente a questa piccola impresa.
Ora dopo sei anni di intensi allenamenti, tanto tempo passato insieme, tornei in giro per l’Italia, partite più o meno da ricordare, qualche sconfitta rocambolesca ma anche tante vittorie, di cui qualcuna entrata nella storia, e in ultimo (da non dimenticare) pizzate a sorpresa per il festeggiamento inaspettato di compleanni importanti, mi sento comunque autorizzato a chiamarvi Campioni.
Non so, forse saremo i Campioni d’Italia dei brocchi come qualcuno ci aveva già definiti nelle scorse settimane, saremo i Campioni delle persone normali, saremo i Campioni delle Società che non possono investire tanti, troppi soldi nel reclutamento, nelle foresterie e nell’acquisto di questo e quel campioncino di periferia.
Di sicuro quello che so che siete i Campioni che preferisco. Persone vere prima che giocatori, amici leali prima che tesserati, grandi uomini, prima che attori di un sistema a volte pericoloso. Di sicuro lo scudetto del miglior percorso giovanile possibile è stato portato a termine con umiltà, intensità e competenza e per questo vi ringrazio ora e vi ringrazierò per tutti i giorni della mia vita, da qui fino all’eternità.
Con l’umiltà che vi ha sempre contraddistinto avete dato un esempio. Con le abilità che ci hanno reso più forti, avete tracciato una strada, guardandovi in faccia posso dire tranquillamente che mi avete reso orgoglioso di essere il vostro allenatore. Posso quindi dirvi: Grazie Campioni!
Il mio Grazie di Cuore è l’ultimo sigillo che dedico a voi, persone vere qui davanti a me, che crescendo, per il gioco delle parti, si devono separare per la quotidianità di storie diverse che si andranno a scrivere nei prossimi giorni, mesi e anni. Sappiate però che ognuno di voi, rimarrà legato uno all’altro da un giuramento fraterno di chi sa cosa significa amicizia, solidarietà e condivisione massima di una passione.
Con affetto, vi saluto e vi abbraccio forte, nella speranza che un domani più o meno lontano, si possa andare avanti a stare insieme per migliorare ancora. Ma questa sarà un'altra storia. Non dimenticatemi.
Andrea
Bologna, 6 giugno 2010

Avevamo un sogno da realizzare. Insieme volevamo scrivere pagine epiche della Pallacanestro a Bergamo e non solo. Volevamo a tutti i costi cercare il meglio per noi, per i nostri cari e per tutti gli amici Blu. La sceneggiatura scritta in questi anni, mesi, giorni è stata perfetta. Il miglior film che potevamo pensare di interpretare sulla nostra storia e sulle nostre vite unite sotto il segno della passione in comune per il Basket. E allora:
1) Grazie per il risultato storico e meritato che abbiamo raggiunto alle Finali di Vasto. Tanta crescita individuale e di squadra. Allenamenti duri e meno duri, partite e tornei da una parte all'altra d'Italia, trasporti e vita insieme all'insegna di amicizia, buon umore e qualche normale "sclerata"... tante belle cose che ci hanno portato in questi giorni ad avere il meglio. La strada per raggiungere l'obiettivo è sicuramente stata più importante dell'obiettivo stesso. Il nostro miglioramento come persone prima e come giocatori-allenatori dopo è il percorso fatto in queste settimane.
2) Grazie perchè a livello personale mi avete fatto (ri)vivere emozioni forti e sensazioni uniche che porterò nello scrigno dei miei ricordi più belli da qui fino a che campo. Sono veramente felice e orgoglioso di essere stato l'allenatore di persone speciali e di un gruppo fantastico. Grazie alla nostra (vostra) "normale follia" siamo riusciti nell'intento di migliorare, ognuno nella sua parte, ognuno rinunciando a qualcosa per darlo agli altri.
3) Grazie soprattutto a tutti quelli che in questi anni, mesi e ultimi giorni hanno messo a disposizione tutto se stessi per cercare di essere migliori come gruppo e come squadra. Voglio ringraziare particolarmente, e lo faccio con estrema gratitudine, chi in questi ultimi giorni, durante le Finali Nazionali ha giocato poco o nulla. In questi mesi avete aiutato il gruppo a progredire, siete migliorati voi stessi e più in generale avete sempre dato tutto, ricevendo poco in cambio. Essere felici versando lacrime di gioia come successo in questi giorni, oltre che farvi onore, vi fa entrare di diritto (per quanto mi riguarda) nel novero dei ricordi più belli e delle persone speciali che certamente non dimeticherò. Grazie ancora.
Ognuno di noi ha dall'inizio dell'anno pensato e immaginato come obiettivo queste Finali Nazionali, cercando e trovando spunti di motivazione e di crescita che puntualmente si sono verificati. Ognuno si è prodigato per raggiungere quello che aveva immaginato e il percorso fatto è la vera vittoria che conta davvero. Non dimenticate che l'obiettivo raggiunto è la strada percorsa, non una finale 1°-2° posto persa seppur malamente.
Solo il quotidiano esercizio protratto nel tempo con efficacia e competenza porta a frutti inseprati come appunto il bel risultato di Vasto.
Fissate nella mente la data del 20 giugno 2010 non come una data di una sconfitta che pesa, ma come il miglior ricordo di un percorso importante pieno zeppo oltre che di passione per la Pallacanestro anche di amici sinceri, compagni di squadra veri e di una sana allegria coinvolgente e motivante.
Grazie ancora e un abbraccio forte agli atleti: Andrea, Teo, Leo, Marco, Roby, Edo, Fra, Tedo, Tia, Tommy, Simo, Sergio, Davide, Ale e a tutto lo staff: Alberto, Ale, Mauro, Paolo, Carlo, Piero e Gianni.
martedì 25 maggio 2010
MA PER FIP, CNA E SSNM E' MEGLIO INSEGNARE O INSEGNARE AD INSEGNARE?

Negli anni in cui sono stato un giovane allenatore (non ci crederete ma sono stato giovane anch’io…) il CNA, allora CNAG e di conseguenza la Federazione, avevano studiato una programmazione sulla formazione degli istruttori di categorie giovanili davvero al limite della perfezione. Finivi il tuo corso di allenatore di base (allora Tecnico Regionale e/o Allievo Allenatore) e poi ti facevi (su invito dei CNA provinciali e regionali) i corsi gratuiti del CNAG. Primo, secondo, terzo grado più Superstage dei Fondamentali. Una vera e propria macchina organizzativa “sforna” allenatori-istruttori.
Una settimana gratuita a studiare pallacanestro in cui i vari Capi Istruttori (io ho avuto Scariolo, Pancotto, Parisi, Taurisano) oltre ad insegnarti con la dovizia di particolari ineccepibili (visto anche il tanto tempo a disposizione) l’uso della tecnica, ti aprivano la mente anche su un modo nuovo (per quel periodo) di proporre l'attività d'insegnamento della pallacanestro per le giovani leve.
Mi direte: dove vuole arrivare questo? Non mi dire che è il solito “vecchio dentro” che esalta il passato confermando la massima: "si stava meglio quando si stava peggio".
No non dico quello, andrei contro i miei stessi interessi. Il mio motto infatti è: “Si starà meglio quando quelli che stanno meglio adesso staranno peggio un domani”. Voglio solo dire che la Federazione (e il CNA in modo particolare) che ha tante risorse in più rispetto al passato di qualche anno fa (leggi parametri sui giovani non riscossi dalle Società scomparse), e potrebbe tornare ad investire sui giovani allenatore, investe invece (e parecchio circa 800 mila euro all’anno esclusi i costi dei tecnici) sul progetto di Progetto di Qualificazione Nazionale, che lo stesso Preparatore Fisico del SSNM, Roberto Colli, ha dichiarato produca (al momento) circa 5/6 giocatori per annata per le Nazionali Giovanili. Non di più.
Tutto il PQN, che parte Under 14, per poi concludersi con i primi europei di categoria, Under 16, produce certamente tanta attività in termini di miglioramento medio. Di fatto molti ragazzini in regioni poco sviluppate sotto l'aspetto cestistico ne stanno avendo grandi benefici. Ma ad altissimi livelli i risultati sono normali. Un totale di 5/6 giocatori prodotti per le Nazionali giovanili dal PQN, sono decisamente pochi se pensiamo anche che non sappiamo se questi cinque giocatori arrivati alla maglia azzurra dopo un progetto di 36 mesi sono effettivamente migliori "solo" perchè hanno preso parte a tre-quattro raduni una tantum svolti con il SSNM.
La mia considerazione è: ma se FIP, CNA e SSNM avessero speso risorse (come avveniva negli anni passati per il CNAG) per "formare" meglio gli allenatori sul territorio non era forse meglio, più produttivo e con un maggior impatto sull'investimento?
A QUANTI ANNI LA PRIMA VOLTA? DOMANDA: INSEGNAMENTO E SFRUTTAMENTO?
Ridotto in clausura nell’eremo Verde Soggiorno di Gualdo Tadino, dove il Settore Giovanile della FIP ci ha relegato a svolgere l’interzona Under 17 d’eccellenza, prendo lo spunto del tanto tempo a disposizione (senza connessione) per aggiornare il Blog con qualche news.
Parlando con alcuni allenatori delle giovanili nei giorni scorsi, dicevo come negli ultimi tempi mi fanno ancora più ridere rispetto a prima gli allenatori che insistono in una programmazione che non tiene minimamente conto della realtà in cui viviamo con le relative esigenze. Mi spiego.
Responsabili di settore giovanili di club famosi (e non) insistono ancora oggi (2010) nel voler dare una programmazione nelle fasce basse, che a detta loro, possa andare incontro a quelli che sono le prerogative strutturale e tecniche di quella età. Non più tardi di qualche settimana fa, proprio al torneo delle regioni svolto a Lignano Sabbiadoro, espressione massima della nostra attività giovanile, l’utilizzo dei blocchi ed il suo graduale insegnamento, per questa categoria, veniva vista sia dal settore che dalla maggior parte del referenti tecnici presenti, come qualcosa di eretico e di non programmabile per ragazzi di categoria Under 15.
Tutto quello che non è uno contro uno per questi allenatori rappresenta il diavolo. Sistemi offensivi più o meno complessi, giochi di lettura con l’utilizzo di collaborazioni, veli, blocchi… non devono e non possono far parte di una programmazione che possa riguardare anche ragazzi di 14 e 15 anni.
Secondo questi illustri personaggi per parlare di blocchi, uscite, collaborazione e tutto quello che è pallacanestro, che nelle altre nazioni europee vede l’alba verso i 12-13 anni, si deve iniziare ad under 17-18!
Ok (mica tanto però ok). Poi guardo la realtà. Accendo la tv e vedo Niccolò De Vico (classe 94, neo sedicenne) che ho avuto la fortuna di allenare in selezione regionale lombarda qualche mese fa, in panchina con la seria A di Biella festeggiare (come un giocatore vero) la salvezza di Biella nello spareggio con Ferrara e penso: ma Luca Bechi quando al primo allenamento della stagione ha chiesto a De Vico di uscire dal loro gioco di doppia uscita, sfruttando a dovere i blocchi di Garri e Pasco ottenendo in risposta una faccia molto perplessa dello stesso De Vico che diceva più o meno: “Blocchi!!???” cosa avrà pensato sulla carriera giovanile di Niccolò fino a quel momento. Probabilmente Bechi si sarà girato verso Federico Danna (suo attuale allenatore) e gli avrà chiesto: “Ma questo no sa cosa significa sfruttare un blocco?”.
Naturalmente esagero… e chiedo scusa alle persone citate per l’esempio riportato, ma rende perfettamente l’idea. Oltretutto con la Lombardia Niccolò un po’ di blocchi gli ha visti, quindi per il caso specifico siamo a posto.
Poi penso a Matteo Imbrò (classe 94) giocatore fondamentale nella stagione di Siena in Serie A/Dil., per non parlare di altri nazionali del 94 o del 93 che per scelta o per necessità sono costretti ad allenarsi con le prime squadre di riferimento e che paragonando formazione con l’impegno assunto non possono che essere svantaggiati da un sistema di giovanili che li tiene nella piscina piccola alta 50 cm. fino a 15 anni, per poi buttarli tutto in un colpo nel’oceano, in mare aperto in balia di onde, corrente, squali ecc, sperando che possano sopravvivere.
No beh, davvero grazie a tutti!
sabato 8 maggio 2010
LO SPORT EVOLUISCE LA FORMAZIONE NO LA NUOVA FRONTIERA DELLA TATTICA INDIVIDUALE

E' ormai qualche anno che sono sempre più convinto assertore che una metoldologia di allenamento che tenga conto sempre di più del migliormamento della Tattica Individuale piuttosto che della Tecnica a "secco" fina a se stessa, sia la nuova frontiera da affrontare nel mondo degli Allenatori che insegnano Basket. Oggi giorno esistono due correnti di pensiero (schematizzo ovviamente, per rendere l'idea):
1) il miglioramento del giocatore può avvenire solo con l'automatizzazione sempre migliore del gesto tecnico puro;
2) il miglioramento del giocatore può avvenire solo con l'automatizzazione di un movimento tattico di squadra.
E così noi abbiamo allenatori che da una parte decidono di costruire con il solo utilizzo del fondamentale puro delle squadre piene zeppe di giocatori che sanno fare benissimo il cambio di mano frontale o dietro la schiena, però non sanno quando utilizzarlo, e dall'altra squadre che si muovono con schemi e giochi a termine eseguiti perfettamente, ma che poi al primo problema non previsto, si bloccano completamente.
Visto che come spesso capita la via più efficace è a metà strada tra una teoria e l'altra e visto anche che non è sola mia convinzione che il miglioramento della Tattica Individuale sia l'unico modo per uscire dalla diatriba sterile di queste due opposte fazioni, mi permetto di riportare idee e contenuti di altri allenatori (qualcuno di altra disciplina) a cui l'argomento in questione è noto.
Allenatore di Calcio:
Nell’insegnamento della tecnica noi proponiamo una metodologia non tradizionale la quale, come sappiamo, prevede l’acquisizione di una gestualità insegnata a “secco”.
Le esercitazioni a “secco” sono quelle in cui si studia la tecnica pura (la metodologia tradizionale li chiama i “fondamentali”), senza che il ragazzo abbia nella mente alcuna intenzione tattica ed in cui l’attenzione dell’allenatore e del giovane atleta è completamente convogliata sulle modalità esecutive (biomeccaniche).
Noi pensiamo che questa metodologia non dia risultati ottimali.
La tattica e la strategia, si occupano di un piano gerarchicamente più elevato della regolazione dell’azione motoria, e cioè quello psichico-intellettuale. Poiché gli aspetti tattici (durante l’allenamento) entrano in “gioco” prima che il giovane inizi qualsiasi attività motoria, questo significa che fanno parte del mentale, e nell’atleta sono rappresentati dalla voglia costante di "superare" un avversario.
L’allenatore è responsabile di questo e perciò, in ogni momento didattico deve sollecitare nel ragazzo un comportamento tattico e strategico che, attraverso l’allenamento quotidiano, sia perfezionato e reso ottimale, relativamente alle esigenze motorie della sua età.
Allenatore di Pallanuoto:
La necessità di lavorare sulla tecnica individuale pare sentita da tutti, invece la tattica individuale è spesso considerata una caratteristica propria del giocatore, e come tale non allenabile.
Consideriamo un giocatore che in allenamento è preciso nel colpire il “sette”, abile nel maneggiare la palla, nelle nuotate e negli spostamenti, ma che in partita tira tra le braccia del portiere, non “vede” il compagno smarcato o perde l’attimo per un cambio difensivo o un movimento d’attacco. Siamo di fronte ad un giocatore dotato tecnicamente ma carente sul piano della Tattica Individuale.
Il nostro compito di allenatori invece non si esaurisce al semplice insegnamento della tecnica individuale, dobbiamo lavorare parallelamente sulla tattica individuale per mettere l’atleta nella condizione di saper riconoscere le situazioni da risolvere ed essere in grado di progettare un opportuno piano d’azione. Lavoro di tattica individuale e lavoro di tecnica devono procedere in sintonia, non in successione.
La mia idea di partenza è di abituare l’atleta ad utilizzare la visione periferica e l’anticipazione per migliorare il proprio senso tattico, il bagaglio di tattica individuale, la visione di gioco.
Quando un nostro atleta sbaglia una scelta:
1. ci chiediamo se ha commesso un errore di percezione? Se per esempio effettua un passaggio senza accorgersi dello spostamento di un avversario che intercetta la palla. Di valutazione? Se, rimanendo nell’esempio di cui sopra, pur essendosi accorto dello spostamento dell’avversario (percezione corretta) effettua ugualmente il passaggio. Di esecuzione? L’atleta può aver percepito e valutato correttamente, effettua la scelta giusta ma sbaglia, attraverso una risposta muscolare non adeguata. O, per concludere con un aspetto importante, se tutto è andato bene ma l’avversario è stato semplicemente più bravo?
2. Siamo pronti a dare i giusti correttivi in funzione dell’origine del problema?
3. Siamo capaci di prevenire il problema attraverso un corretto allenamento tecnico-tattico?
Allenatore di Basket:
Il compito dell'allenatore non finisce all'insegnamento del movimento fine a se stesso, ma deve arrivare a mettere in grado il giocatore a scegliere quale movimento fare e come farlo in qualsiasi situazione. Questo implica una profonda conoscenza di ogni situazione di gioco.
A cosa serve saper eseguire una partenza in palleggio perfetta, senza fare infrazione di passi, se la faccio con il difensore lontano e la scelta giusta sarebbe quella di fare un tiro?
Allenatore di Calcio:
Mentre la tecnica di base risulta quindi oggetto di insegnamento, la tattica individuale è considerata una capacità propria del giocatore. Questa separazione porta ad intendere per tattica esclusivamente il modulo di gioco, ovvero l’assetto tattico deciso dall’allenatore. E’ invece possibile insegnare anche la tattica individuale che riguarda la scelta dei movimenti fondamentali che il giocatore esegue quando si trova da solo di fronte all’avversario o quando collabora con i compagni.
Guido Saibene ha prodotto negli anni scorsi, quando era un referente della formazione del CNA, un documento molto interessante sulle qualità che si dovrebbero riscontrare ad un giocatore di pallacanestro. Si parla spesso di saper eseguire i fondamentali nel modo e nel momento più opportuno. Questa oggi si chiama Tattica Individuale. Per poter leggere il documento basta cliccare QUI.
CERCHIAMO CHI CI FARA' DIVENTARE MIGLIORI MA SOLO DENTRO NOI STESSI TROVEREMO IL TESORO

Un ebreo cecoslovacco di nome Jazed viveva in un piccolo villaggio sperduto nella provincia Boemia, chiamato Lod. Egli aveva un grande desiderio, costruire una sinagoga nel suo piccolo villaggio, ma li regnava una grande povertà.
Passava il tempo e Jazed si macerava sempre di più in questo suo desiderio.
Da un po' di tempo sognava spesso che, se si fosse recato a Praga ed avesse scavato sotto il ponte davanti al palazzo reale, avrebbe trovato un tesoro. All'inizio non diede peso a questo sogno ricorrente, ma poi poichè questo si ripeteva sempre più costantemente, un bel giorno decise di partire dal suo paese per Praga alla ricerca del tesoro sognato.
Senza dire nulla a nessuno, raccolse quanto gli poteva servire e giunse al palazzo reale, ma accanto al ponte, sia di giorno che di notte vi era sempre la guardia del re.
Giravagò, sempre li attorno per diversi giorni, senza mai avere la vera occasione di scavare per cercare il tesoro. Un bel giorno fu fermato dal capo delle guardie e alla richiesta delle spiegazioni perchè fosse sempre in quella zona, un po' impaurito e stanco gli raccontò il sogno.
Al termine il capo delle guardie si mise a ridere e gli disse: "Guarda che anch'io sogno spesso che se mi reco in un villaggio della Boemia chiamato Lod, in casa di un certo Jazed e scavo sotto la sua stufa, trovo un tesoro, ma non sono così ingenuo da credere ad un sogno; va e tornatene a casa."
Jazed si allontanò alquanto sorpreso dall'avere udito proferire il suo nome da uno sconosciuto che, prima di allora, non aveva mai visto.
Giunto a casa, per scrupolo, si mise a scavare sotto la stufa e trovò, con stupore, il tesoro tanto ricercato e atteso, con il quale potè costruire finalmente la sua sinagoga.
cit. Cesarino Squassabia
DOMENICA 30 MAGGIO 2010 A GAZZADA FESTA DEL BASKET E GIORNATA ADMO
.bmp)
Ricevo e pubblico con piacere:
Buongiorno,
mi chiamo Tarcisio Vaghi e vi scrivo per comunicarvi che, insieme ad un gruppo di amici dell'ambiente cestistico abbiamo creato un gruppo di lavoro che da qualche mese si sta adoperando, come alcuni di voi sanno (avendoci spesso e con entusiasmo già sostenuto), per diffondere informazione rigurado all'attività di ADMO (Associazione Donatori Midollo Osseo).
Il gruppo di cui vi parlo si muove all'interno di ADMO in maniera trasversale al mondo della pallacanestro (sport da cui tutti deriviamo e con il quale abbiamo i nostri contatti) con il logo e lo slogan di "cestisti fino al midollo " (di cui vi allego la grafica).
Tutto è nato dalla volontà di alcuni amici che si sono sensibilizzati venendo a contatto con la malattia che mi sta coinvolgendo e con la conoscenza reale del percorso di donazione di midollo che negli ultimi anni è diventato una procedura veloce, senza rischio alcuno e sempre di maggiore e determinante diffusione.
Tra le varie iniziative passate e future vi voglio sottolineare quella di domenica 30 maggio 2010 presso la palestra delle scuole medie di Gazzada (VA) in Via Matteotti. A partire dalle 9,30 del mattino daremo l'opportunità a tutti coloro che lo vorranno (previa prenotazione presso il mio indirizzo di posta elettronica - tarcisiovaghi@gmail.com) di poter venire per iscriversi all'ADMO con la possibilità di espletare in loco tutto le procedure (compreso il prelievo) grazie al contributo di alcuni volontari ADMO e di alcuni medici dei più importanti centri trasfusionali della Lombardia.
E' per noi e per il mondo dello sport un'occasione unica, sia per la portata delle iscrizioni, che stanno crescendo a dismisura sia nel basket locale che nel basket di più alto livello, sia per la risonanza che si potrebbe dare come esempio positivo dello sport nella vita sociale.
Già alcuni campioni di basket hanno aderito ad ADMO e ne sono diventati testimonial:
sono infatti iscritti GIANMARCO POZZECCO, ANDREA MENEGHIN, MARCO CARRA e lo diventerà MARCO ALLEGRETTI in occasione di domenica 30.
Inoltre ci sarà un contributo dei ragazzi della curva della Pallacanestro Varese in occasione della partita di domani sera alle 20.30 a Masnago contro la Vanoli Cremona, occasione in cui i ragazzi esporranno per tutta la gara una striscione che proporrà la nostra iniziativa di domenica 30 maggio.
Anche questo è un segnale di grande civiltà e sportività se si pensa all'importanza della gara nella stagione di Varese.
Vi ringrazio si da ora per la visibilità che vorrete dare con la vostra professionalità alla nostra iniziativa e vi invito ad intervenire nella giornata del 30 maggio a partire dalle 9,30 a Gazzada.
Vi ripeto il mio indirizzo di posta elettronica che potrà essere pubblicato per contattarmi e per ogni evenienza che riterrete utile:
tarcisiovaghi@gmail.com
sentiti ringraziamenti
Tarcisio Vaghi
giovedì 22 aprile 2010
STUDIARE I GRANDI MAESTRI PER SUPERARLI IN OGNI GIORNO 24 ORE DI OPPORTUNITA'

Pubblico volentieri un interessante articolo redatto da Raffaele Baldini sull'house organ dell'Azzura Trieste che mi arriva per mail per la bontà del suo patron Cumbat. Lo pubblico perchè ci sono spunti di riflessione avvincenti sulla figura dell'allenatore.
E’ ancora vasta l’eco dello strepitoso sogno della piccola università di Butler finito sul ferro alle finali NCAA, una favola incarnata dal trentatreenne coach Stevens, capace di mettere in riga illustri “mostri sacri” della panchina e di imbrigliare i blasonati “Blue Devils” del mitico coach “K”.
Un esempio di professionalità cestistica precoce che ben si allinea con un’idea maturata leggendo la biografia di Dan Peterson in “Quando ero alto due metri”: l’importanza anche per chi rincorre l’ambizioso progetto di allenare una squadra di basket oltre a chi pratica lo sport, di essere “affamato” della materia, di sacrificare tempo per assorbire insegnamenti dei maestri, di guardare dal vivo schemi tradotti nella pratica, di considerare il possibile istinto innato come l’ultimo ingrediente di un bagaglio personale precostituito.
Questo perché la realtà italiana della classe istruttrice, e triestina in particolare, troppo spesso si è impigrita dietro il minimo sindacale approfondimento, magari supportata da qualche lettura o da facili prodotti video preconfezionati. La realtà è che per eccellere c’è bisogno di fatica e lavoro, Dan Peterson che tutti ricordano alzato dai suoi giocatori nelle finali di Coppa Campioni o che si lasciava andare a drink a base di thè a bordo piscina nel Tennessee come attore consumato, altro non era che l’ultima parte di un percorso partito da molto lontano, da giovanissimo allenatore ormai conscio di non poter sfondare come giocatore nel mondo della pallacanestro.
Momenti costellati di avventurose corse e chilometri fatti per vedere qualche partita, magari di nascosto, quaderni e quaderni di appunti con schemi, zone press 1 3-1, 2-2-1, allenatori studiati ai raggi X come Burmaster, Kinert, Case, Mills, tutti inconsci maestri “a distanza” , giocatori analizzati e proiettati nel futuro per vedere possibili o reali velleità di sfondare.
Il parallelismo con la realtà nostrana è alquanto deprimente, le palestre sin dai tempi della serie A e di grandi coaches come Luca Banchi o Cesare Pancotto, e prima ancora con Boscia Tanjevic e Matteo Boniciolli sono sempre state desolatamente vuote o quasi, al limite i tifosi a far cornice, ma addetti ai lavori pochi e sporadici; hai voglia poi inculcare PAO (Programma Aggiornamento Obbligatorio ndr.) o altre soluzioni simili che assomigliano al cucchiaio costretto di un medicinale insopportabile per far piacere al bambin Gesù…
Va bene che il triestino è permeato di conoscenza cestistica, un’investitura quasi dettata da ragioni storiche, ma tutto ciò non può bastare per raggiungere l’eccellenza; avere il maggior numero di elementi su cui fondare il proprio credo cestistico è come per uno scrittore avere profonda conoscenza delle radici letterarie; è solo a quel punto che la caleidoscopica marea di informazioni deve essere veicolata secondo una concezione personalistica della pallacanestro, certamente supportata dalla giusta dose di personalità e istinto. Esattamente come Barney Oldfield, guardando la “biblioteca” di Dan Peterson, chiese a “the coach”: “Di tutta quella roba c’è qualcosa in cui credi?”, ecco il passaggio fra il nozionista e l’allenatore.
La sostanza è sempre quella, vivere con passione il mestiere dell’allenatore vuol dire avere più “fame” degli altri, studiare e seguire i grandi maestri non per emularli ma per superarli, non finire di approfondire la materia, prendere decisioni con personalità ma con l’umiltà di chi non è mai arrivato, pensando che ogni giorno ha 24 ore di opportunità, per essere un nuovo coach Stevens e raggiungere i propri sogni!
Raffaele Baldini
Iscriviti a:
Post (Atom)
